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2009
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Sapete qual e' il sogno di molti giornalisti?
Avere una propria rubrica per confrontarsi con la gente e, ovviamente, dire la propria da quei narcisisti del pensiero che sappiamo essere quando vogliamo.
Ecco, io da oggi questo piccolo sogno l'ho realizzato, perche' sul sito http://www.yabooks.eu e' appena nata la rubrica (in forma di forum, quindi aperta a tutti i contributi) LEGGO, ESISTO, RESISTO.
Si parlera' di libri, di lettori, di scrittori, di attualita', di opinioni, di impressioni sul mondo che ci circonda. Se si va, io vi aspetto (numerosi e agguerriti) 
Laura
Tre oggetti per definire una giornata, quella di giovedì scorso. Cominciamo dalla cosa più importante: il libro. Si intitola Senza luce, scritto da Luigi Bernardi, edito da Perdisapop, ed è un libro magico. Sì, magico. Perché sono convinta che ogni lettore vi troverà qualcosa di diverso e di profondamente suo. E' un libro dalla scrittura talmente densa che ogni singola riga equivale a una citazione, una dichiarazione d’intenti, un motto.
Apro a caso tra le pagine segnate da un orecchio in alto. E’ un comportamento che ho mutuato da una persona a me molto cara. Lui quando legge, fa un orecchio alla pagina dove trova una frase importante.
Apro a caso e trovo sul mercato librario - fabbricare i gusti del pubblico è una faccenda pericolosa…è la negazione dell’arte, della stessa cultura: è tirannia mascherata dalle pretese di mercato, qualcosa di così assolutamente ostile da chiudere ogni via di redenzione.
E ancora, sugli scrittori – obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.
E sulla televisione – si chiede come sarebbe il mondo se non ci fosse la televisione, con ciascuno che vuole parlare di tutto con tutti, senza il rispetto di alcun principio, di alcuna gerarchia. Un inferno, e allora meno male che in ogni casa c’è quell’apparecchio così prepotente ma anche salvifico, un catalizzatore unico di rabbie, ipocrisie, desideri, sogni e patologie.
Potrei continuare, ma non lo faccio. Dico solo che questo libro, che ho divorato nel tragitto in treno da Roma a Bologna e ritorno fornisce spunti infiniti di riflessione, infiniti frammenti di specchio dove guardarsi, scoprirsi e riconoscersi. E lo fa all’interno della struttura di un noir decisamente noir, un noir che non offre speranze né vie di fuga, un noir *senza luce*, come giustamente suggerisce il titolo, dove a conti fatti non succede niente. La fornitura elettrica viene sospesa in un paesotto nella provincia di Bologna e si scatena un inferno, un inferno che è tutto dentro. Un inferno che brucia nelle anime e nelle menti di ciascuno dei protagonisti. Ci vuole un grande scrittore per scrivere una cosa così, uno che non lascia al caso una virgola, un accento, figurarsi una parola. E devo dire grazie a Bernardi se la lettura mi ha portata via dal secondo oggetto di questo post: il treno.
Frecciarossa, alta velocità, prima classe perché stavo viaggiando per lavoro. Ma la prima classe non esime dagli incontri con persone maleducate. E’ il caso del tipo che mi stava seduto davanti. Più sui sessanta che sui cinquanta, casual-elegante, quotidiano sotto il braccio, cartellina. Apre il quotidiano, si immerge nella lettura e intanto tira su col naso, in continuazione, un gorgoglio molesto interrotto soltanto da continui colpi di tosse che impartisce senza porre alcun ostacolo davanti alla bocca. Poi, evidentemente, la lettura si fa noiosa, perché tosse e gorgoglio nasale cedono il passo ad un robusto russare a bocca spalancata. Mi è venuto male al braccio per tenere il romanzo di Bernardi ben alto, come una trincea contro la visuale di quella bocca spalancata e russante e il flusso ininterrotto di bacilli che mi soffiava addosso con evidente difficoltà respiratoria.
Quando finalmente siamo arrivati, mi sono alzata ben prima che il treno si fermasse, nella speranza di sottrarmi alla tortura. Ma il tipo ha avuto la mia stessa idea, si è alzato, mi ha seguita e ha continuato a tirare su col naso e a tossire praticamente contro i miei capelli.
Il tempo di meditare su un lavaggio accurato della chioma con un disinfettante ospedaliero e prendo il taxi davanti alla stazione Termini. Dovete sapere che la categoria dei tassisti ha avuto nel tempo un imbarbarimento che meriterebbe uno studio antropologico. Avete presente Alberto Sordi nel Tassinaro. Scordatevelo. I tassisti di oggi sono maleducati, ignoranti, totalmente all’oscuro della disposizione spazio-temporale delle strade cittadine e guidano come dei pazzi, con un continuo accelerare e frenare che fa venire il voltastomaco (quando non è la sporcizia delle auto a fare questo effetto). Il tipo che mi tocca in sorte ha un berretto da baseball sulla pelata, la barba lunga e appena salgo si premura di dirmi che oltre a quello che c’è scritto sul tassametro “ce so’ artri due euro”. Perché? Non lo chiedo, mi limito ad annuire e a dare l’indirizzo. Una volta ai tassisti si chiedeva di conoscere lo stradario, oggi no. Quando dici loro dove vuoi essere portata, è implicito che tu sappia anche spiegare loro come arrivarci. Quindi dico: “Via Gadola, Tor Tre Teste, Prenestina”. E lui: “Che strada famo?” Dovete sapere che se uno deve andare sulla Prenestina dalla stazione Termini, non deve fare altro che andare a prendere…

Il Natale si avvicina e sarebbe un bel pensiero mettere sotto l'albero un'antologia che oltre a omaggiare con 29 racconti la nostra storica e fascinosa capitale, devolve i proventi al reparto pediatrico del policlinico "Umberto I".
Nella raccolta, come sapete, ci siamo anche noi insieme a nomi noti e meno noti. Quelli noti fammo tremare i polsi, ma credo che ormai sappiate tutti che noi abbiamo la faccia di bronzo giusta per non soffrire di sacri timori.
E per farvi venire un po' di acquolina in bocca pubblichiamo qui... no, non il racconto presente sull'antologia. Quello si intitola "Torrespaccata" (che e' una borgata romana) e se vorrete leggerlo, dovrete comprare il libro. Qui vogliamo pubblicare un racconto che e' comunque un omaggio alla nostra citta' e che non avrebbe sfigurato nell'antologia di Azimut.
VECCHIA ROMA
Non so che atteggiamento abbiate assunto voi. Io nei riguardi dell'influenza suina (qui non la chiamiamo piu' cosi' solo per evitare che crolli il consumo di prosciutti, salami e salsicce) mi sento impreparata, piu' catastrofista che fiduciosa, fatalista. La mia preoccupazione, ovvio, e' per le mie due nipotine, di 11 e 3 anni, e per mia madre, che di anni ne ha 73 e che gia' lo scorso anno e' incorsa in una bronco-polmonite che abbiamo curato con una dose massiccia di pennicillina. Non penso a me stessa. Un po' perche' credo di potermela cavare, un po' perche' tanto e' inutile. Non rientro tra coloro che verranno vaccinati (quando?) e quindi o schivo il perfido virus, oppure me la passo a letto, sperando di non fare la fine della 45enne di Messina che e' morta nel giro di pochi giorni, nonostante non avesse alcuna patologia preesistente. Lo ha dichiarato a chiarissime lettere la sorella, un medico. Quindi siamo di fronte all'imponderabile. Cio' che invece e' ponderabilissimo e' l'atteggiamento delle autorita'. Il viceministro Fazio non fa altro che ripetere che non c'e' motivo di preoccuparsi. Lo farebbe, ho il timore, anche se sullo sfondo delle sue dichiarazioni ci fosse un lazzaretto di manzoniana memoria. Ho cercato di capire qualcosa di piu' sulla AH1N1, ma le informazioni sono contraddittorie e frammentarie. Vi rimando a questo post su mentecritica.net ma vi consiglio di leggerlo solo se, come me, siete fatalisti.
Altrimenti c'e' di che disperarsi, oppure da appellarsi alla divinita' piu' popolare in questo nostro paese: San IOSPERIAMOCHEMELACAVO.

Buona notte di Samhuin (è il vero nome della ricorrenza di Halloween) a tutti, con la speranza che la via di comunicazione con la parte più profonda di noi ci porti a scoprire ciò che ancora non siamo riusciti a capire. Io stanotte celebro il capodanno celtico e chissà che i desideri non possano realmente avverarsi 
E nell'ottica di "dolcetto o scherzetto" un... regalino per tutti voi:
Puoi sentirmi?
La galleria che trafora la collina è vecchia. Risale al 1921. Chissà come hanno fatto all’epoca a realizzarla, quanto tempo ci hanno messo e se hanno corso il rischio di far crollare i palazzi là sopra. O magari i palazzi non c’erano ancora. La collina Fleming non era un quartiere in della capitale. E’ vecchia la galleria, si vede dalle infiltrazioni d’acqua che incrostano le pareti con colate di varie gradazioni di grigio, dal nero al quasi bianco del calcare. E’ vecchia, si sente dal freddo che punge anche quando tieni i finestrini chiusi. Ha uno spessore diverso, un peso specifico maggiore, che schiaccia anche le telecomunicazioni. Quando sei nella galleria la radio si zittisce, il telefonino perde la connessione. Se sei costretto a fermarti hai la sensazione di trovarti in un altrove dove qualunque cosa potrebbe accadere.
Puoi sentirmi?
E’ vecchissima anche la grata. Non mi giro a guardarla. Mantengo il collo rigido, il mento eretto. Guardo il portellone posteriore dell’auto che mi precede, mi faccio ferire gli occhi dalla vampa dello stop acceso. Piede pigiato sul freno, ma pronto a scattare. Il semaforo è appena fuori della galleria e nessuno, mai, vorrebbe che passasse al rosso. La galleria è vecchia e chissà quante ne ha viste, quante ne ricorda, quante ne potrebbe ancora tirar fuori. Magari proprio dalla grata rugginosa.
Puoi sentirmi?
Che spessore possono avere le pareti per bloccare le onde radio? Dagli altoparlanti non escono neanche fruscii, solo silenzio. Le note di Ligabue si sono infrante contro un muro di roccia. Le strofe di “Niente paura” sono avanti e dietro di me. Ma non sono qui, non sotto la vecchia galleria dalle pareti incrostate. Crepe? No, non ci sono crepe. Tutto solido, massiccio, antico.
Puoi sentirmi?
Quanti anni sono che la percorro? Tanti. E nel gioco delle probabilità non mi è mai capitato di dovermi fermare proprio qui, in questo punto perfettamente equidistante dalle estremità, dall’uscita e dall’entrata. Non vedo nessuna delle due perché la vecchia galleria descrive una curva. Non una curva eccessiva, ma se ti trovi qui dove sto io adesso, un qualche gioco di prospettiva ti impedisce di vedere da dove vieni e dove stai andando. E l’impossibilità di gettare lo sguardo avanti o indietro spinge a guardare di lato.
Puoi sentirmi?
La grata. Se aprissi lo sportello potrei toccarla. Sentire la superficie scabra del metallo ossidato. Lo so. Non ho mai provato, non ho intenzione di farlo neanche adesso. Però lo so. E comunque non mi giro a guardarla. Essere consapevole che esiste è già abbastanza. Devo ignorarla. In fondo si tratta solo dei pochi secondi di semaforo rosso. Quanti possono essere? Trenta? Sessanta? Un niente. Lo posso tenere lo sguardo fisso sul portellone dell’auto che mi precede per un minuto, senza girarmi? Certo che posso.
Puoi sentirmi?
Raschia… Qualcosa raschia contro lo sportello. E’ come un gesso sulla lavagna, come un’unghia contro il vetro. Raschia. Il silenzio della radio è assordante. Mi azzardo a chinare lo sguardo verso il cellulare, sulla mia destra. Non c’è campo. Riporto gli occhi avanti cercando di escludere la visione laterale. Alzo il mento. La grata è quasi a livello strada. Se tengo alta la testa non posso proprio vederla. La parete curva della galleria, le striature di decenni di acqua infiltrata, ma la grata no. La grata non è nella mia visuale e ormai il semaforo sta per scattare sul verde. Giuro che appena ci muoviamo di qui, mi faccio una risata da farmi venire il mal di stomaco.
Puoi sentirmi?
Ignoralo. Ignora quel raschio contro lo sportello. Scommetti che quando arrivi al parcheggio non c’è neanche un segno sulla carrozzeria? Guarda avanti, ancora qualche secondo e sei fuori. E da domani si fa un’altra strada. Si passa dal Muro Torto che è pure più vecchio di questa galleria, ma non ci sono grate lì, nessuno raschia sugli sportelli. Soprattutto non ci sono voci.
Allora mi senti!
La grata. C’è qualcosa dietro la grata. Qualcuno. Ne incrocio lo sguardo. Gli stop dell’auto davanti smettono di sanguinare luce. Il tubo della marmitta vibra, ne esce gas di scarico. Vedo ruote sfilarmi davanti. Riconosco il battistrada nuovo di quelle che ho cambiato solo una settimana fa. La mia auto si allontana, seguita da tutte le altre e io resto qui, dietro la vecchia grata, le dita infilate tra le sbarre. E comincio a urlare.
Puoi sentirmi?!
Laura

Ore 18,00 al Melbookstore di Via Nazionale, ovviamente a Roma. Trenta autori, dai piu' grandi nomi della letteratura italiana contemporanea ai giovani esordienti (vabbeh, giovani
), insieme per un progetto benefico.
I proventi della vendita di questa antologia (dove potete trovare dei piccoli gioielli incastonati sullo stradario romano) saranno devoluti al reparto pediatrico del Policlinico "Umberto I" di Roma. Accorrete numerosi 
QUI un bell'articolo di Isabella Moroni sull'antologia e un po' di domande agli autori (anche a noi).
L&L
p.s. nei prossimi giorni resoconto dettagliato della presentazione 
QUIZZONE DELLA SETTIMANA:
SE QUELLI DI SINISTRA VANNO CON I TRANS E QUELLI DI DESTRA CON LE ESCORT, SARA' MICA CHE QUELLI DI CENTRO VANNO CON LE MOGLI?
PRONUNCIATEVI
Lory
Si è accesa una bella discussione su Feisbuc (sì, su FB, sembra strano, ma alle volte succede) a proposito degli obiettivi che uno scrittore si pone. La partenza è stata la rabbia di Alex Cascio (autore che condivide con noi l'avventura di Historica edizioni) per un libraio che si rifiuta di ordinare al distributore i suoi libri, anche se molte persone li richiedono. E' un dato reale. Nella discussione è intervenuto, forte della sua esperienza, anche Remo Bassini ma le parole che io mi sento di condividere, lettera per lettera, sono quelle di Francesca Mazzuccato e ve le riporto:
Però c'è spazio, secondo me per cercare nuove strade, per creare ponti uscendo dall'Italia, per trovare modalità che, con il libro scaricabile, l'audiolibro, ecc ecc, saranno pian piano sempre più diffusi.
Il tutto, con serietà, con determinazione, cercando crescita.
Soprattutto, e questa è la vera tragedia, pensateci: provando ad essere contenti di quello che c'è.
E' molto difficile.
Se hai il piccolo editore vuoi il medio e poi il grande.
Se hai il grande vuoi essere fra i "super eletti"
poi vuoi il premio, intanto fazio, intanto farenheit, ecc ecc.
Se si riuscisse a dire: sono arrivato qui. Non è poco. Mi accontento, e continuo a mettere in circolo idee, progetti, storie.
Mi piace. Cercherò di crescere e di andare avanti.
Però al momento, quello che c'è mi soddisfa.
Non voglio di più
E' un pensiero veramente impopolare, soprattutto fra gli scrittori, ma non solo.
Non è una resa, ma è un modo per impedire all'ansia, al dispiacere e alle delusioni di minare le cose belle.
Ecco, sempre più spesso la mia impressione è che siamo rimasti in pochi ad apprezzare le cose belle che riusciamo ad ottenere con la Rete, con lo scambio, con la nostra scrittura, piccola o grande che sia. Io voglio ringraziare Francesca per queste parole. Perché scoprire che non sono la sola a pensarla così mi fa sentire meno bestia rara in un mondo che corre saltando ogni obiettivo per affannarsi a quello che viene dopo.
... ci siamo anche noi e questa e' la copertina.

Una copertina opulenta, materna, profondamente romana.
Raccontare il mondo con una parola, scegliere il vocabolo che meglio dica il nostro tempo: l’invito è stato riproposto quest’anno ad alcuni scrittori ...

L'articolo del Corriere continua elencando nomi illustrissimi. Io vorrei rilanciare la proposta di isolare una singola parola che possa raccontare la vita come la concepiamo oggi ai lettori di questo blog. Ovviamente spiegando i motivi.